Ciao a tutti.
Sono finite le mie vacanze e, cosa ben più grave, e quasi finito il mio periodo colombiano.
Le vacanze sono andate molto bene, sono state molto intense, perché, con Serena, abbiamo girato molto. Ma alla fine è stata una delle più belle vacanze che ho fatto. Prima che arrivasse Serena mi sono fatto una tre giorni in quel di San Augustín, tra le magiche statue funerarie e celebrative lasciate da una civiltà misteriosa. Dopodiché sono andato a Bogotá per prendere Serena. Lì siamo stati un po' di giorni visitando il Museo del Oro, la Fundacion Botero, il Monserrate e, naturalmente, la Fundacion Pequeño Trabajador. Dopodiché siamo volati alla costa del Caribe. Lì ci siamo fermati in quel di Taganga, un'incantevole baia vicina a Santa Marta. Da lì abbiamo fatto scorribande a più non posso nel Parque Tayrona. Dopodiché siamo stati a Cartagena girando per le strade della città vecchia. Da Cartagena siamo andati nel Quindío, la zona del caffé, ospiti in una tenuta di una amica. Lì ci siamo dati all'avventura tra discese in zattera lungo il Rio Quindío e cavalcate nella Valle del Cocora. Da Armenia ci siamo catapultati in quel di Cali, trascinati dai ritmi della città salsera. Ma l'avventura non è ancora finita perché un volo in aereo ci ha portati a Guapi, città di pescatori sulle coste del pacifico; da qui con una lancha rapida, siamo arrivati alla Isla Gorgona, un vero e proprio paradiso terrestre. Alla Gorgona ci siamo dati all'avvistamento di balene, che in questo periodo stanno stazionando al largo dell'isola. L'ultima tappa del viaggio chiaramente era Popayan. Qui ho fatto conoscere Fedar a Serena e tutta la meravigliosa gente che popola queste lande.
Non vi tedio oltre e vi invio un po' di scatti di questi giri per la Locombia!
Cari amici, cause di forza maggiore mi costringono a sospendere per una settimana l'aggiornamento del blog. Le spiagge di santa Marta, piú precisamente quelle del parco Tayrona, mi hanno tenuto impegnato oltre ogni dire. Ora proseguo a Cartagena, volando poi per Pereira e raggiungendo Armenia...
Chi vi scrive si sta impegnando altrettanto, soprattutto a tenere a bada lo spirito indomito del nostro amico colombo-italiano meglio sarebbe dire locombo, tanto loco e poco italiano. Qui ce la stiamo davvero spassando; l'unico inconveniente questo internet point in Cartagena che ci sta costringendo a stare in questa micro stanzetta per scaricare le foto di Andrea, che son davvero tantissime..per fortuna fa lui il reportage, io non sopporto fermarmi per fotografare, anche se poi son felice di rivedere le foto (a Verona si dice 'ovo, galina e cul caldo')...beh, Andrea sembra devvero un giapponese: lui non gradisce il paragone e si discosta dicendo che i suoi soggetti fotografici si distinguono nettamente da quelli orientali... a voi tra qualche settimana l'ardua sentenza!!! Questo paese é magico e comincio appena ad intuire che cosa puó aver stregato il nostro amico...
Scusate, non era uno sdoppiamento di identitá, non sono posseduto, era Serena che non sapeva piú come passare il tempo. Io la lascio fare come i bambini. Nel frattempo un grosso abbraccio sperando di veder salve le foto.
Carissimi!!!
Eccoci qui, ormai prossimi al termine di questa avventura colombiana. In effetti manca poco più di un mesetto alla mia partenza. Dal 21 agosto al 4 di settembre girerò la Colombia causa vacanze e quindi non avrò modo di aggiornare il blog. Quindi siamo ad uno degli ultimi post che vi giungono da terra colombiana.
Come vi avevo annunciato nell'ultimo post, nel fine settimana avrei dovuto avventurarmi in un altro viaggetto, e così è stato. Questa volta la destinazione era Esmeraldas in Ecuador. L'occasione per questo giro era nata un mesetto fa, quando Simone e altre tre amiche sue erano venuti a trovarci a Fedar. Questo gruppetto di italiani simpaticoni stava lavorando a Esmeraldas per Ovci, una Ong italiana legata a Nostra Famiglia, una Fondazione che si occupa di disabilità. La promessa era stata che quelli di Fedar avrebbero ricambiato la visita. E così è stato. Il venerdì 3 sono partito con Ricardo e la sua famiglia per Cali, dove avrei passato la notte. Il mio volo per l'Ecuador prevedeva infatti un Cali-Bogotá Bogotá-Quito. Il volo da Cali partiva alle 6 e mezza di mattina. Quindi dovevo essere in aeroporto alle 5 circa. Per farlo dovevo partire con un taxi alle 4.15 dalla casa del papà di Ricardo, visto che l'aeroporto si trova giusto dall'altra parte della città. Fortunamente è venuto a prendermi il papà di Caterine, che è una nipote di Ricardo, il quale possiede un taxi e mi ha fatto un prezzo di favore.
Quindi il sabato 4 agosto la giornata è iniziata presto, con sveglia alle 4 di mattina. Il volo tra Cali e Bogotá è durato 50 minuti circa, praticamente il tempo di decollare e atterrare. Anche il viaggio da Bogotá a Quito non è durato molto, due ore scarse. Alle 10 e mezza ero già a Quito. Dall'aeroporto di Quito ho preso un taxi e subito sono andato a comprare il biglietto per Esmeraldas. Per andare a Esmeraldas c'è un bus che ci impiega sette ore circa. Quito si trova sulle ande a 2.800 metri di quota (dopo La Paz è la seconda capitale più alta del mondo), mentre Esmerldas si trova sul mare. Anche se lungo, il viaggio è stato tranquillo e il paesaggio molto riposante. Per quello che ho potuto vedere almeno, perché la gran parte del viaggio l'ho passata dormendo. Alle 6 e mezza di sera sono arrivato a Esmeraldas dove erano lpì ad attendermi Alessia e Claudia, che erano due delle tre ragazze venute a Fedar. Da lì siamo andati subito alla loro casa, dove ho conosciuto Cristina, il capo del progetto, e ho rivisto Manuela, anche lei tra le fan di Fedar. Dopo essermi un po' riposato siamo subito andati a una sagra nel centro città. Per pura fortuna, sono capitato a Esmeraldas proprio nei giorni della sua festa più importante, ossia l'indipendenza dagli spagnoli. Quindi la città era chiaramente tutta in subbuglio. Prima di tutto abbiamo sopperito ai bisogni dello stomaco con un piatto tipico, l'encocada de pescado, che in teoria dovrebbe essere un pesce cotto con il cocco. Il pesce per essere buono era buono, ma del cocco nemmeno l'ombra. Dopodiché c'erano una serie di gruppi e attrazioni varie in piazza, ma la folla era veramente esagerta. Perciò abbiamo preferito andare ad un altra sagra, un po' fuori dal centro, ma più tranquilla. Lì poi siamo riusciti in qualche modo ad entrare ad un concerto di salsa. Suonavano Hansel Camacho (colombiano) e Cano Estremera (puertoriqueño). Devo dire che hanno suonato veramente bene entrambi, anche se il Cano Estremera non
ha proprio le fisique du rol, diciamo. È albino, abbondantemente sovrappeso, vestito da rapper e c'ha i suoi anni: ma la cosa grave è che non si muove, impiantato come un palo. Nonostante questo a Puerto Rico è considerato un guru della salsa brava. Sulle note di entrambi abbiamo ballato a più non posso. Quando erano circa le 3 di notte ho cominciato ad avvertire un po' di sonno, visto che ero sveglio dalle 4 del giorno prima. Quindi abbiamo fatto ciao con la mano al Cano e siamo andati verso casetta. La domenica 5 dopo una bella dormita, sono andato a Súa con Alessia e Manuela. Súa è un paesino a mezzora da Esmeraldas, ed è la prima spiaggia decente lì vicino. In effetti ad Esmerladas c'è una zona, chiamata Las Palmas, che da sul mare. Tuttavia l'acqua non è delle migliori, vista la presenza di una piattaforma petrolifera poco lontano dalla costa con relativo traffico di petroliere. Inoltre c'è una raffineria sul fiume Esmeraldas che sfocia lì vicino. A Súa abbiamo passeggiato un po' per la spiaggia e poi abbiamo parlato e, soprattutto, dormito. Purtroppo il cielo non era dei migliori e non invogliava a fare niente altro. Alla sera poi siamo andati ad un'altro concerto di salsa che si teneva nel quartiere Santa Martha di Esmeraldas dove ho avuto la fortuna di ballare con una ragazza di colore. Incredibile come ballava.
Il lunedì ho potuto conoscere meglio il progetto che sta implementando l'Ovci a Esmeraldas. Come vi avevo accennato, l'Ovci è una Ong che lavora nel campo della disabilità. Il progetto a Esmeraldas prevede due linee fondamentali. Una pedagogica, di supporto alle scuole, l'altra riabilitativa, che si svolge casa per casa. Manuela mi ha accompagnato a conoscere questa seconda parte del progetto. Dopo avere effettuato un censimento delle persone in condizione di disabilità di Esmeraldas, hanno proceduto creando un gruppo di volontari, che loro chiamano "promotores". Con questi volontari si recano periodicamente nelle case delle persone con disabilità e gli insegnano ad attuare interventi riablitativi adeguati. A Esmeraldas c'è un'assenza totale di professionisti che si occupino delle persone diversamente abili. A questo si aggiunge una condizione socio-pedagogica preoccupante. La stragande maggioranza dei maestri utilizza ancora la frusta. La quasi totalità dei mariti
picchia le mogli. Alessia mi raccontava che al mercato c'è un parte dedicata agli utensili domestici tra cui è candidamente ricompresa la frusta. In questa realtà è chiaramente molto difficile operare, anche perché le condizioni di vita di molti sono assolutamente precarie. La mattina siamo andati in un quartiere che si chiama "Tercer piso (terzo piano)", è un quartiere povero, ma fortunatamente non molto violento. Qui ci siamo recati a casa di una ragazza che fa la promotrice e che si chiama Ita. Con lei siamo andati a casa di una donna che abita lì vicino e che ha subìto una paralisi. Manuela e Ita hanno verificato la sua situazione e i suoi progressi, le hanno fatto un po' di riabilitazione e hanno insegnato un po' di esercizi da fare a sua figlia. I progressi della signora erano molto buoni e questo era dovuto in gran parte alla riabilitazione fatta da parte della famiglia. In seguito, sempre accompagnati da Ita, siamo andati a casa di Rosa, un'altra promotora. Con lei siamo andati a casa di Leonardo, un ragazzo con una paralisi agli arti ineriori e anche una qualche forma di disabilità mentale. Tuttavia il suo problema più grave è il totale stato di abbandono in cui versa. Viene passato di parente in parente e tutti gli sforzi riabilitativi che si fanno con lui vanno persi continuamente, perché non viene seguito da nessuno. Erano riusciti a farlo camminare, ma ora è tornato a strisciare sulle ginocchia per muoversi. Inoltre le condizioni igieniche della casa in cui attualmente si trovava erano pessime. Tuttavia Manuela, Ita e Rosa sono riuscite a lavorare bene con lui, chiaramente nella totale indifferenza del familiare presente, che stava disteso su un letto a guardare la televisione. Però la cosa che più mi ha colpito di tutto erano i sorrisi di Leonardo. Veramente una cosa bella e totalmente dissonante dalla situazione che lo circonda. Al termine della visita siamo andati a un punto panoramico, una collinetta, da cui si vede il mare di Esmeraldas. Alla fine siamo tornati alla casa delle ragazze e lì abbiamo pranzato. Nel pomeriggio, sempre con Manuela, sono andato a visitare un'altro quartiere che si chiama La Isla ed oltre a essere un quartiere molto povero è anche un quartiere pericoloso. Qui siamo
stati di visita a Victor, un ragazzo con una paralisi alle gambe e a un braccio. Questo ragazzo è reduce da una operazione alle gambe e quindi ha cominciato una terapia per poter tornare a camminare. Anche in questo caso la famiglia fornisce un aiuto molto valido. Per la prima volta Victor provava a camminare con le stampelle e doveva apprendere il movimento, cosa che è tutt'altro che semplice. Dopo di Victor siamo stati nella casa di Antonio accompagnati da Oscar, un altro promotore. Qui la famiglia da la sensazione di seguire il ragazzo, ma ci sono molte cose che fanno pensare il contrario. Anche Antonio ha una paralisi agli arti inferiori e, dopo un'operazione, sta imparando a camminare. Manuela e Oscar gli hanno fatto fare un po' di esercizi e hanno provato a farlo a stare in piedi perché acquisti un po' di senso dell'equilibrio. Dopo questa visita siamo tornati a casetta. Lì abbiamo mangiato, abbiamo fatto due ciaccole e poi ci siamo salutati. Volevo sfruttare una mattinata per visitare Quito e, quindi, ho preferito fare il viaggio di notte. Così alle 00.30 sono salito sulla corriera e mi sono pesantemente addormentato (che novità!).
Perciò alle 7.30 circa del martedì 7 sono arrivato a Quito, precisamente al terminal della Transesmeraldas. Qui ho preso una specie di trambus e mi sono diretto alla parte vecchia di Quito. Devo dire che partivo un po' prevenuto e credevo che non fosse molto bella. Invece mi ha pienamente e piacevolmente stupito. Le
piazze della parte coloniale sono molto belle e verdi, i palazzi ben tenuti e altrattenato le chiese. Devo dire che in tutti i giri che ho fatto in America Latina, le chiese, artisticamente parlando, non mi sono mai piaciute molto. Qui non ce n'era una che non fosse architettonicamente valida. In ordine sono stato alla chiesa di San Francisco, alla chiesa della Compañia del Jesus, alla chiesa di San Augutín e alla Basilica del voto nacional. Alla fine della fiera il centro di Quito mi è piaciuto molto più del centro di Bogotà. Per quanto riguarda le donne invece, non c'è speranza. Bogotà centomila volte migliore. Dopo aver percorso un po' in su e in giù le vie del centro sono andato a visitare la Fundacíon Guayasamin. Guayasamin è un pittore contemporaneo molto famoso in tutta l'America Latina. Figlio di un indigeno e di una meticcia, ha sempre vissuto una forte discriminazione. La pittura di Guayasamin ha due meriti: il primo a livello di contenuti, perché è una pittura sociale. La maggior parte dei quadri raffigura la sofferenza che vive la gente dell'America Latina. In più non disdegna la satira. Il secondo merito è artistico, perché a partire dai primi esperimenti sulla scia di Picasso, matura uno stile pittorico assolutamente originale e altamente espressivo. Pablo Neruda di lui dice: "Pensiamo prima di entrare nella sua pittura perché non ci sarà facile tornare indietro". È stato anche un ritrattista si notevole livello: tra i suoi modelli/e ci sono Mercedes Sosa, Rigoberta Menchú, Fidel Castro, François Mitterand, Gabriel García Marquez, Pablo Neruda, Carolina di Monaco e molti altri. Oltre ai suoi quadri, nella Fundacíon sono esposti anche oggetti che lui collezionava. Una serie di sale infatti è dedicata a reperti archeologici e l'altra
a oggetti di arte coloniale. In quest'ultima sala c'era una guida terribile che mi interrogava su tutto quello che mi diceva. Però qui c'ho l'asso nella manica. Una storiella di cui è protagonista Ricardo. Circa 25 anni fa quando Guayasamin era ancora vivo, Ricardo con degli amici fece un viaggio in Ecuador. Alcuni di questi amici conoscevano Guayasamin e avevano proposto di fare un giro da lui. Tutti si erano dimostrati più che entusiasti e andarono a trovarlo. La serata fu piacevole, si parlava molto e si beveva di più. Alla fine s'imbriacarono tutti e il buon Guayasamin cominciò a regalare quadri suoi a cani e porci. La balla di Ricardo gli tirò uno scherzo strano: cominciò a inverire contro tutti e a dirgli che era indegno che si approfittassero del fatto che il maestro era ubriaco per prendergli i quadri. Risultato: Ricardo fu l'unico che se ne tornò a casa a mani vuote. Dopo la visita alla Fundacíon sono rientrato all'aeroporto aspettando l'ora del rientro. Fra le altre cose nell'aeroporto dovevo pagare la tassa per l'uscita dal paese. Siccome mi erano finiti i soldi ho dovuto effettuare un prelievo da uno sportello automatico, che, incredibile ma vero, ma ha rifilato 5 dollari falsi. Evviva le banche oneste! Comunque sono riuscito a partire e a tornare a Bogotá. Lì ho aspettato un bel po' l'aereo per Cali. Da Bogotá a Cali il viaggio è stato parecchio movimentato, tutto uno sgorlone, dal momento della partenza al momento dell'arrivo. A Cali sono arrivato alle 21 e casa del papà di Ricardo sono arrivato alle 22. Chiaramente mi sono subito schiantato sul letto.
La mattina dopo alle 9 ho preso il bus per Popayan, dove sono arrivato alle 12. A Popayan ho ripreso il mio lavoro di analisi organizzativa che mi sono portato avanti per tutta la settimana.
Il sabato, invece, con Ricardo e Mario siamo partiti alle 5 di mattina per andare a Mercaderes. Lì avevamo in programma un incontro per parlare del progetto di formazione di leader comunitari. Mercaderes è un comune che si trova al sud. Bisogna prendere la panamericana e passare Patía, El Estrecho e Mojarras. Dopodiché si svolta a sinistra e si prende a salire per circa 500 metri di dislivello. Mercaderes si trova su una specie di altipiano paesaggisticamente molto bello. Qui alle nove abbiamo cominciato una riunione in cui partecipavano circa una sessantina di persone e gli abbiamo spiegato come si svolge tutto il processo che porta alla formazione di una fondazione come Fedar. Devo dire che Ricardo ogni volta che parla mi impressiona. Riesce sempre a trasportare la gente e a cogliere i loro veri problemi. Finita la riunione siamo andati a mangiare e poi siamo tornati verso la macchina. Quando stavamo per ripartire alla volta di Popayan, ci ferma una signora che ci mostra una foto di un ragazzo e ci chiede se per caso lo avessimo
visto. E noi diciamo certo che l'abbiamo visto è Paulo un ragazzo della fondazione. A quel punto scoppia in lacrime. E lì abbiamo capito che lei era sua mamma. Paulo è arrivato alla Fondazione circa sei anni fa attraverso l'Istituto di Bienestar Familiar. L'avevano trovato perso a Popayan ed era stato affidato a una madre sostituta. Qui ci sono molte famiglie che si offrono di accogliere bambini orfani o comunque allontanati dalle famiglie. Paulo era uno di questi. A quel punto alla signora abbiamo mostrato una foto attuale di Pablo, che tenevamo sul portatile. Insomma lei si è messa a piangere di più e sua figlia pure. E proprio il caso di dire carramba che sorpresa! Perciò già cominceranno i preparativi per il ritorno di Paulo alla sua vera famiglia. Peraltro abbiamo scoperto che non si chiama Pablo ma Uberley. Pablo, quindi, molto probabilmente tornerà a Mercaderes e quindi non potrà più andare a Fedar. Questa cosa da una parte ci dispiace ma dall'altra ci motiva fortemente a portare avanti il discorso con Mercaderes, perché Paulo possa avere lì il suo Fedar.
Domenica scorsa mi sono incontrato con Raúl e con i ragazzi di Tierra Viva. Sono andato a trovarli a casa loro, alla Tetilla, che come lascia presagire il nome stesso, è un posto che ha una montagnola a forma di capezzolone. Lì ci siamo riuniti in una scuola superiore ad indirizzo agricolo, dove hanno studiato tutti i ragazzi della fondazione. Dopo aver visitato la scuola, che è molto bella perché ha un sacco di terreno dedicato a coltivi ed ha anche un bel bosco con un sentierino didattico che lo percorre tutto. Dopo la visita alla scuola con Raúl e i due Oscar siamo andati in cima alla Tetilla. Da lì la vista è spaziale a 360 gradi. Pur non essendo altissima, la Tetilla è il punto più alto nel mezzo della sabana caucana. Siamo anche riusciti ad individuare la fattoria di Fedar con le sue magiche casette. Una volta terminata la visita alla Tetilla, siamo tornati alla scuola e lì abbiamo mangiato e abbiamo discusso dei programmi e progetti futuri dei giovani di Tierra Viva. Con tutti loro mi rivedrò il 9 settembre per un altra riunione del gruppo.
Oggi ho lavorato ancora sulla sintesi delle interviste e domani, invece, viaggio per Jambaló. Questo è un municipio del Cauca con fortissima presenza indigena dove siamo stati invitati a inscenare la rappresentazione teatrale di Fedar. Io e Mario andiamo a fare un sopraluogo per vedere dove dovremo andare a recitare e che accorgimenti dovremo prendere per adattare l'opera. Devo dire che con tutto questo lavoro di interviste e di analisi non sono più riuscito ad andare alla fattoria e i ragazzi cominciano a mancarmi un bel po'. Li vedo solo per qualche minuto al pomeriggio, quando tornano dalla fattoria-scuola e poi ritornano a casa. Evidentemente non solo io sento la loro mancanza, ma anche loro sentono la mia. Soprattutto Jeferson, il mio piccolo bruco, mi salta sempre addosso e mi fa un sacco di feste. Sigh!
A questo punto vi saluto perché domani, come al solito devo svegliarmi presto. Ciao ciao!!!
Ciao a tutti.
Innanzitutto mi scuso per il ritardo nell'aggiornamento del blog, ma la settimana scorsa, degli ignoti si sono fregati il cavo di internet della compagnia che ci da il servizio e quindi ciao ciao al resto del mondo. Dopodiché animo, perché le cose da raccontare sono sempre tante.
Dopo le fatiche e le gioie teatrali di due settimane fa ho pensato bene di prendermi tre giorni di vacanza. Approffittando dell'ennesimo ponte colombiano ho deciso di fare un salto in quel di Tierradentro, uno dei più importanti siti archeologici dell'America Latina, unico nel suo genere. Tierradentro si trova sempre nel dipartimento del Cauca, lo stesso di Popayan. La località in linea d'aria non è molto distante da Popayan, ma le strade e i mezzi di trasporto disponibili rendono il tutto un po' più lontano. In corriera da Popayan a San Andres de Pisimbalá, la località più vicina al sito archeologico, ci vogliono più meno sei ore, salvo imprevisti. Tuttavia l'imprevisto qui è all'ordine del giorno. Piedad, la segretaria di Fedar, è originaria di San Andres e i suoi genitori vivono ancora lì. Perciò Piedad li aveva avvertiti che mi sarei fermato da loro per due giorni. Per di più avrei ricevuto l'accompagnamento di Sergio, un nipote di Piedad, che ha ventun'anni e che fino ai diciasette ha vissuto lì. Sergio quindi conosce bene quei posti, perché fino a ieri ci ha giocato. Per comprendere meglio, Tierradentro non è un Comune, ma una zona, una regione, che deve il nome al suo incredibile isolamento. Per raggiungerla da Popayan, il centro più vicino, le strade sono quasi completamente sterrate e bisogna passare per Totoró (2.570 metri di quota) e il paramo di Grabiel Lopez, che si trova più o meno a 3000 metri. La strada è affascinante perché taglia a metà i
declivi delle montagne. Tuttavia il punto più impressionante è anche quello che da qualche mese a questa parte sta seriamente afettando le comunicazioni tra Tierradentro e Popayan. Un anno fa, in concomitanza di un periodo di piogge forti e persistenti, un pezzo della montagna è franato e da allora continua a slittare. In quel luogo particolare le piogge sono assai frequenti, quasi all'ordine del giorno, e la terra rimane costantemente bagnata. In aggiunta a questo in mezzo alla frana scorre un torrente. Chiaramente Piedad aveva chiamato i suoi genitori a San Andres per verificare la transitabilità del posto e gli avevano detto che era tutto ok. Tuttavia al momento di passare per la zona della frana ci siamo dovuti fermare attendendo un'ora e mezza, a causa dell'improvviso peggioramento delle condizioni della strada. Le notizie della gente si sono susseguite per tutto il tempo che siamo stati fermi. C'è chi diceva che dovevamo passare la frana a piedi, noleggiando un paio di stivali, e poi farci trasportare da un altro bus che stava dall'altra parte. Altri dicevano che no, non c'era nessun bus ad aspettarci e che dovevamo passare lì la notte. Altri dicevano che saremmo passati con il bus perché stavano arrrivando gli addetti alla manutenzione della strada. Altri dicevano che invece non sarebbero arrivati, perché avevano finito l'olio del motore della scavatrice e quindi non c'era niente da fare fino al lunedì. Nel culmine di questo turbinio informativo, qualcuno prova a passare ai fa
tti. Il padrone di una jeep prende coraggio e prova a passare. Si lancia, sembra farcela, ma sul più bello s'impianta. Un po' di persone riescono a spingere la jeep e a farla passare. A quel punto ci prova un camion che passa a fatica. Quindi decide di fare retromarcia per tracciare bene il cammino. Dopo il passaggio di questo camion siamo riusciti a passare praticamente tutti. Devo dire, comunque, che transitare sotto la frana era un po' inquietante. Una volta di là, il più era fatto. Ci siamo fermati un quarto d'ora a Inzá, e poi abbiamo proseguito per San Andres, dove siamo giunti alla 17.30 circa. Devo dire che appena o visto San Andres de Pisimbalà mi sono innamorato del posto. Non credo che raggiunga i mille abitanti. È racchiuso da una serie di montagne verdissime ed è un posto molto molto tranquillo. Lì ho conosciuto la mamma di Piedad e ho rivisto suo papà che già avevo conosciuto a Popayan. Con il papà di Piedad siamo andati a fare un giretto per il pueblo. Mi ha mostrato la chiesa, veramente molto particolare. La chiesa ha il tetto in paglia e le pareti di argilla dipinta di bianco. Inoltre mi ha indicato i colli dove sono ubicati i siti archeologici, perché dalla zona della chiesa si riescono a vedere tutti. Alla fine del piccolo tour siamo tornati a casa e lì mi sono messo a dormire.
Il sabato ci siamo svegliati presto perché i siti da vistare erano ben cinque di cui alcuni abbastanza distanti. Ma, nella pratica, in cosa consiste il Parco archeologico di Tierradentro? Il sito è famoso per i suoi ipogei, o camere sepolcrali sotterranee. Queste camere sono di dimensioni differenti, con diametri
che variano dai 2 ai 9 metri. Le volte delle camere più grandi sono sostenute da colonne. Tutte le camere sepolcrali, che sono circa un centinaio, sono caratterizzate da una pianta circolare e da una volta semisferica. Le profondità a cui si incontrano gli ipogei sono variabili: alcune sono appena al di sotto della superficie, altre invece sono situate persino a nove metri di profondità. L'accesso alle tombe è sempre avventuroso perché gli scalini non sono regolari e a volte sono molto stretti e alti un metro. A volte l'entrata è diretta, altre volte gli scalini sono posti a chiocciola. Queste camere sotterranee ospitavano più vasi funerari, che contenevano i resti degli anziani della tribù. La sepoltura di un cadavere avveniva in due fasi ben distinte. La prima, detta "interro primario", consisteva nello seppellire i cadaveri in buche nel terreno. Una volta che i tessuti e gli organi delle persone fossero giunti a a un buon livello di decomposizione si procedeva a disinterrare i resti e si procedeva all'"interro secondario". Questi resti infatti venivano riposti in vasi funerari i quali a loro volta venivano collocati nelle camere sepolcrali. Quindi gli ipogei di Tierradentro costituiscono l'interro secondario, che avveniva in forma collettiva, perché all'interno di uno stesso ipogeo si incontravano più vasi funerari. La maggior parte dei soffitti, delle colonne e delle pareti delle camere sepolcrali sono decorate con motivi geometrici e figure più o meno semplici. I colori sono esclusivamente due, il rosso e il nero, che rappresentano rispettivamente la vita e la morte. In alcuni ipogei la parte alta delle colonne riporta sculture antropomorfe. Ma qual è la civiltà a cui si devono le tombe? Questa è la parte misteriosa. Non si sa in effetti né quando sia arrivata questa civiltà, né quando si sia estinta. Sembra che la civiltà si possa collocare tra il VII e il IX secolo dc. Quel che è certo è che in questa regione vivono numerossissimi indigeni di etnia Nasa, presenti ben prima dell'arrivo degli spagnoli. Tuttavia non sembra che i Nasa siano i diretti discendenti degli artefici delle camere sepolcrali. L'altro "mistero" che avvolge Tierradentro è relativo al fatto che, per il momento, si è incontrata solo la città dei morti. E quella dei vivi? Per molti archeologi, in qualche parte della regione esiste anche la città dei vivi. Però per il momento non se sa nulla. La morfologia di questi luoghi sicuramente non facilita le ricerche. Io e Sergio siamo partiti alle 6.30 circa da San Andres e a piedi ci siamo diretti al primo sito archeologico noto con il nome di "El Tablon"
che abbiamo raggiunto in circa 20 minuti. El Tablon per la verità è un sito un po' atipico. In effetti qui non sono presenti camere sepolcrali ma statue. Le statue, che rappresentano figure antropomorfe e zoomorfe, hanno delle somiglianze incredibili con quelle della di San Augustín. San Augustín è un'altro sito archeologico altrettanto importante e misterioso e che si trova a circa 5 ore da San Andres de Pisimbalá. Sembra che la civiltà di San Augustín abbia propagato la sua influenza fino a San Andres. Dalle ricerche degli archeologi emerge che la civiltà delle "tombe" e quella delle "statue" siano distinte. La seconda sarebbe circa 500 anni più recente della prima e quindi sarebbe contemporanea all'apogeo della civiltà di San Augustín. Da El Tablon ci siamo trasferiti, sempre a piedi, fino al secondo sito, denominato "El alto del duende (Il colle del folletto)" dove siamo giunti alle 7.45 circa. Tuttavia le entrate agli ipogei erano chiuse e bisognava attendere l'arrivo il guardiano, che, da orario, doveva essere alle 8.00. Tuttavia prima delle 9.15 non si è visto nessuno e stavamo abbandonando tutte le speranze di poter vedere qualcosa. Il sito del Duende è piccolo e comprende solo 4 ipogei dei quali sono andate perdute le decorazioni. Da qui con dieci minuti di discesa circa ci siamo recati a Segovia, che è il sito più grande e comprende 28 tombe. Alcune sono molto profonde e qui le pitture interne sono molto ben conservate. In una, la più piccola di tutte, sono stati lasciati i vasi funerari, in maniera tale che si possa avere un'idea di come si presentassero le tombe nella realtà. I rimanenti vasi funerari sono conservati nel museo archeologico di San Andres. Tuttavia prima che fosse costituito il museo, molte tombe sono state
saccheggiate dai guaqueros. I guaqueros di mestiere trafugano reperti archeologici e li vendono a privati cittadini. Chiaramente il tutto in maniera assolutamente limpida e illegale. Da Segovia, sempre scendendo, ci siamo diretti al suddetto Museo. In realtà in musei sono due: uno archelogico e uno antropologico. Quello archelogico verte sulla civiltà di Tierradentro, mentre il secondo sulla cultura degli indigeni dei Nasas o Paezes. Da qui poi ci siamo diretti al sito del "Aguacate". L'Aguacate è situato sulla crinale di una montagna. Perciò bisogna salire molto, e sotto il sole delle 12.30 non era proprio la cosa più agevole. Tuttavia siamo andati spediti. Dopo una prima salita veramente ripida, il sentiero si è fatto più dolce seguendo completamente la cresta della montagna. Questo tratto è veramente molto panoramico. Da qui Sergio mi indica una piramide, che non fa parte del complesso di Tierradentro, ma che in ogni caso mi incurioscise. Tuttavia è molto distante e si trova sulla strada che porta da San Andres a Inzà. L'idea potrebbe essere che il giorno dopo ci facciamo lasciare lì dal primo bus della mattina per Popayan, andiamo a visitarla e poi prendiamo il secondo bus della mattina per tornare a casa. Mentre discutiamo sul da farsi raggiungiamo il sito del Aguacate. Le tombe recuperate sono circa 8, ma per lo meno se ne incontrano un'altra ventina che non sono ancora state ripulite. Qui i guaqueros hanno sicuramente fatto le razzie più importanti anche perché è il luogo meno accessibile. A questo punto ci restava da visitare solo l'ultimo sito ovvero "El alto de San Andres". Per arrivarci dovevamo prima scendere fino a un torrente e poi risalire leggeremente per sorpassare un'altro crinale. Durante la prima discesa ci siamo fermati presso una famiglia indigena che stava triturando canna da zucchero per fare la panela. Quando una canna da zucchero viene triturata ne esce un liquido, che si chiama guarapo, e che è una bevanda dolciastra e molto nutriente. Il guarapo poi viene poi versato in una pentola e viene fatto bollire finché diventa cremoso. Dopodiché si versa in alcuni stampi a forma di mattoncino e si lascia solidificare. Quello che si ottiene è la "panela", ossia una mattonella di zucchero di canna. La panela viene sciolta nell`acqua calda, per ricavarne una bevanda energizzante. Il guarapo si può anche bere direttamente, o si può aspettare che fermenti, in maniera tale che si converta in una bevanda alcolica chiamata "chicha". Noi ci siamo bevuti un bel po' di guarapo, visto che erano già le 14 e che stavamo camminando da 8 ore. Dopo questa sosta rifocillante ci siamo diretti all'ultimo sito. El alto de San Andres conta su cinque tombe che sono tra le meglio conservate di tutto il Parco. Dopo di aver visitato quest'ultimo luogo ci siamo diretti alla casa dei genitori di Piedad dove abbiamo pranzato, più o meno alle 15,30. Nel momento in cui la giornata sembrava finita ci è venuta la brillante idea di prendere in prestito due mountain bike e andare a visitare la piramide. Alle 16 circa abbiamo inforcato le bici e ci siamo diretti verso San Francisco, il pueblito più vicino alla piramide. La strada è comlpeta sterrata, ma in buonissime condizioni. Ci sono un po' di saliscendi ma non sono molto impegnativi. A un certo punto, più o meno a duecento metri da San Francisco accade l'irreparabile. Ci si avvicina un'ape e tentiamo di scacciarla. Nel giro di due secondi siamo completamente circondati da api incattvite che cominciano a pungergi a più riprese. In vita mia non avevo mai corso tanto veloce in salita. Le api continuavano a pungerci e seguirci. Sicuramente qualcuno le aveva disturbate pesantemente e noi ne stavamo pagando le conseguenze. Alla fine arrivatio a San Francisco abbiamo buttato le bici e ci siamo levati le magliette
che brulicavano di api. Risultato finale per me: 18 punture tra cui due nella testa, due in un'orecchia, una nel collo, una in un mignolo, una nella mano, tre nel braccio e il resto nella schiena. Togliersi i pungiglioni non è stato un gran problema visto che erano sufficientemente grandi da poter essere levati con le dita. Una volta presa in mano la maglietta mi sono reso conto che avevo altri 15 pungiglioni impiantati nella maglietta e che grazie a dio non si erano adagiati sulla mia pelle. Dopo esserci un po' ripresi dall'assalto ci siamo diretti alla piramide. La piramide altro non è che una enorme formazione geologica nella cui parte interiore si trova due enormi tunnel. Tuttavia le informazioni su questa piramide sono scarsissime. Per asperne un po' di più questi giorni mi sono rivolto a uno studioso della zona. Lui mi ha risposto che ci sono poche informazioni perché effettivamente le ricerche effettuate non hanno prodotto risultati. L'ennesimo mistero di Tierradentro. Sicuramente la cuspide è una formazione rocciosa naturale, per quanto abbia tutta l'aria di non esserlo. Per quanto riguarda i tunnel, non sembra siano camere sepolcrali. Gli studi archeologici effettuati non hanno portato alla luce alcun resto di interro, né oggetti rituali. Sembra che siano stati scavati dagli spagnoli, ma il motivo non è chiaro. Una volta terminata la visita alla piramide abbiamo infocato le bici per tornare ancora verso San Andres. Erano le 18 ed era già quasi buio. Avevamo aspettato che calassero un po' l'oscurità e il fresco, fattori che speravamo potessero calmare le api. In effetti, una volta ripassati per il luogo del misfatto, con nostra somma gioia, avevamo potuto constatare che se n'erano già tutte andate. Probabilmente qualcuno aveva bruciato erba per farle scappare, perché c'era odore di fumo. A San Andres siamo arrivati alle 19.30 di sera, avvolti nelle tenebre più profonde.
La domenica alle sei avevamo il bus per tornare a Popayan. Ci siamo messi ad aspettare nel crocevia principale di San Andres l'autobus che arrivava da Belalcazar. Quando è arrivato l'autobus ci siamo un po' preoccupati perché era pieno di gente. Tuttavia la stragande maggioranza è smontata a San Andres. Erano tutti ragazzi che venivano da Belelcazar dove la notte precedente c'era stato un evento con combattimenti di galli, che qui sembrano abbastanza frequenti e apprezzati. La maggior parte dei ragazzi scesi dal bus, infatti, portava in braccio il proprio gallo da combattimento. Una volta partiti per Popayan eravamo un po' preoccupati per la condizione della frana. Fortunatamente lì non abbiamo incontrato nessun problema. Piuttosto ci siamo dovuti fermare un po' più avanti, per una mezz'ora circa, perché c'era della gente che stava aggiustando una jeep in mezzo alla strada. Una volta arrivato a Popayan mi sono buttato a letto.
Il lunedì ho ripreso con le mie interviste che ho portato avanti per tutta la settimana.
Il venerdì sera, con una settimana di ritardo mi è venuta la reazione allergica alle punture d'api. Pian pianino hanno cominciato a gonfiarsi tutti i punti in cui ero stato punto e avevo un prurito pazzesco. Una mano era talmente gonfia che sembrava mi fossi spaccato l'osso.
La mattina del sabato alle sei ero in aeroporto a Popayan. Destinazione Bogotá. Questo fine settimana Simone infatti era a Bogotá. Lì infatti avrebbe passato i suoi ultimi giorni di america latina prima del suo
rientro in Italia. Quindi, visto che lui aveva fatto una mezza pazzia venendo a trovarci a Popayan, io ho ricambiato la pazzia andando a trovarlo a Bogotá. Alle nove di mattina ero già davanti alla scuola del Pequeño Trabajador. Lì ho salutato Simone e Nyria, una ragazza di Neiva (il capoluogo del dipartimento del Huila). Stava facendo un laboratorio di comunicazione con i bambini per poter confezionare uno spot radio attraverso un programma di audioediting. Il laboratorio è andato avanti tutta la mattina nell'entusiasmo generale. A un certo punto del giorno è comparsa Ivonne accompagnata da un gruppo di dieci italiani che fanno parte di una associazione di Roma che si chiama Sal (Solidarietà con l'America Latina) e che aiuta il Pequeño Trabajador con dei finanziamenti. Peraltro questo è il gruppo di cui fa parte anche Cristiano, il fidanzato di Ivonne. Dopo aver visto il laboratorio sono andati a visitare il resto della scuola. Da quando sono arrivato in Colombia non ho mai visto tanti italiani in
un colpo solo. Ma le sorprese non erano finite qui. Infatti Simone, assentatosi per un attimo, era tornato alla fondazione accompagnato da Cinzia, una napoletana dall'accento milanese, che aveva conosciuto in Ecuador, e che era arrivata lì per un progetto con la sua Ong. La giornata è trascorsa picevolmente sempre in compagnia dei vari italiani lì presenti. Soprattutto con Cinzia è stato bello e confortante condividere storie di approci simili a questa parte di mondo. Alla sera lei ha dovuto proseguire il suo giro di visite e quindi ci ha dovuto lasciare, con la certezza che prima o poi nel nostro peregrinare i nostri sentieri si ricontreranno. La sera l'abbiamo passata "Donde el negro", un locale a metà tra internet café e discobar. Anche là ci siamo divertiti tanto in compagnia dei soliti fedelissimi Henry, Cristina, Angie, Ivonne, Cristiano, Simone e Yadira tra frenetici ritmi afro-colombiani e respiri piano per non far rumore. Alla fine io sono andato a dormire a casa di Yadira, visto che la casa di Ivonne era invasa dagli italiani, e visto che la casa di Angie era invasa da Ivonne. La domenica di siamo incontrati ancora con gli italiani del Sal e il gruppo si è diviso in due parti. Una parte diretta al mercato di Corabastos, guidata da Ivonne, e una diretta a Bosa, guidata da Angie. Visto che a Corabastos ci ero già stato sono andato a Bosa. Bosa è un quartiere periferico di Bogotá che si caratterizza per essere un ibrido strano tra città e campagna. In effetti è una parte di Bogotá che confina con i campi, ma, in ogni caso, l'urbanizzazione è del tutto simile a quella di Patio Bonito. Perciò in uno spazio tipico della periferia urbana non era raro incontrare pezzi di terra in cui pascolavano mucche o capre. A Bosa c'è un gruppo di bambini lavoratori che si chiama Millachicos. Il Pequeño Trabajador ha deciso di portare avanti un lavoro di appoggio a 14 gruppi di bambini lavoratori di tutta Bogotá attraverso una serie di formazioni. Nello specifico Angie sta facendo un ciclo di formazione sul commercio solidale.
A Bosa c'era il primo incontro in cui veniva tracciata la storia dell'economia, attraverso giochi e racconti. Sicuramente una metodologia di lavoro affascinante. Dopo il laboratorio siamo andati tutti a mangiare fritanga in un capannone di Bosa. Dopodiché non senza difficoltà (era la festa dei conduttori di mezzi pubblici) abbiamo preso un bus e siamo tornati a Patio Bonito. Da lì, assieme a Angie, sono andato all'Hotel Dann Carlton. Come ricorderete dal post precedente, questo è l'hotel che ci ha ospitati e in cui abbiamo inscenato la rappresentazione teatrale dell'Hombrecito de papel. Ero stato incaricato da Fedar di portare una enorme busta che conteneva i ringraziamenti di Fedar al personale dell'Hotel che è stato sempre molto disponibile con noi. Terminato il mio compito di mesaggero, siamo tornati a casa di Yadira dove si teneva una riunione del gruppo di studenti del Pequeño Trabajador. Molti tra i ragazzi insegnanti del Pequeño Trabajador hanno il desiderio di continuare a studiare. Il problema è che loro hanno veramente pochi soldi. Ci sono quindi una serie di amici che gli forniscono dei soldi e quindi loro gestiscono un fondo comune. Da questo attingono per le varie spese che si presentano per completare gli studi. Questa riunione era aperta agli amici del Sal, a Simone e a me. I giovani studenti hanno condiviso con noi una riunione veramente profonda e piena di riflessi estremamente personali. Finita la riunione mi sono salutato con tutti gli amici italiani e colombiani e sono andato a letto. La mattina del lunedì infatti avevo l'aereo che mi riportava a Popayan partiva alle 6 della mattina. Quindi alle 4 mi sono svegliato e Yadi mi ha accompagnato alla strada principale dove ho preso un taxi. Di lì verso Popayan, ma con un piccolo imprevisto. Una volta montati sull'aereo, dopo venti minuti siamo dovuti scendertutti e tornare alla sala d'attesa. Infatti nel frattempo l'aeroporto di Bogotá era stato chiuso causa nebbia!!! Dopo un'ora e mezza di ritardo siamo partiti per arrivare a Popayan alle 8,30 circa.
Qui ho ripreso con il mio programma di interviste che si dovrebbero concludere questa settimana. Il venerdì sarò ancora in viaggio ma questa, chiaramente, è un'altra storia.
Ciao amici miei.
Eccovi il racconto di un'altra settimana vissuta sotto i cieli della Colombia.
Partiamo dal martedì della scorsa settimana (10 luglio). Dopo una periodo trascorso in quel di Pasto ho fatto il mio ritorno alla scuola-fattoria di Fedar. Il martedì ho conosciuto Manuel Torres Rey, il registra e scrittore dell'opera di teatro "El hombrecito de papel", interpretata dai ragazzi di Fedar. Con Manuel il gruppo di teatro di Fedar, di cui faccio parte come tecnico di camerino, entra nella settimana di fuoco che lo porterà a mettere in scena la opera il martedì 17 luglio in quel di Bogotà. L'evento è importante: la Procuradoria General de la Nacion ci ha invitati a mettere in scena l'opera nell'ambito di un congresso intitolato "De los conflictos cronicos a la institucionalizacion de arreglos". Questo congresso, finanziato da Ecopetrol e Anh (Agencia nacional de hidrocarburos), ha come scopo quello di migliorare la capacità di interlocuzione tra lo stato e le comunità di indigeni, afrocolombiani e gitani che vivono nelle aree di influenza dei progetti di Ecopetrol e della Agencia Nacional de Hidrocarburos. Che c'entra Fedar in tutto questo? Ebbene c'entra perché la opera teatrale di Fedar "El hombrecito di papel (L'omino di carta)", è incentrata sulla non-violenza e sulla disumanità della guerra. Il gruppo di teatro di Fedar, composto da 12 persone, stava già provando da più di un mese. Tuttavia era stato duro riprendere perché dall'ultima volta
che "El hombrecito de papel" era stato messo in scena erano passati 2 anni. E per di più cinque attori su docici sono cambiati, tra cui uno dei protagonisti principali. Quindi la ripresa non era stata delle più facili. Perciò Ricardo, per sistemare bene tutto, ha pensato di chiamare Manuel perché ci accompagnasse nella ultima settimana e ci aiutasse a quadrare alcune cose. L'impatto è stato bestiale perché Manuel ha cominciato a fare parecchi cambiamenti per adattare la opera alle persone e al luogo in cui dovevamo portare la recita. Infatti non si trattava di un teatro, ma di una sala conferenze di un hotel. Quindi il martedì abbiamo cominciato il duro lavoro di adattamento dell'opera. Questa parla di alcuni bambini che, abbandonati dalla mamma che si prostituisce, cominciano a reagire alla loro solitudine attraverso la fantasia. La loro fantasia li porta a conoscere "El hombrecito di papel", un moderno pinocchio fatto di carta di giornal. I bambini che lo incontrano cominciano a leggere le notizie che riporta e si accorgono che parla solo di guerra, di sequetri, di imboscate. E quindi capiscono che il gioco che el hombrecito vuole insegnare loro è quello della guerra e quindi incominciano ad amazzarsi. Si susseguono immagini di desplazados, di incarcerati, di miliziani che amazzano gente indifesa, di morti. A un certo punto nel culmine della violenza si ricordano che quello che stanno facendo è solo un gioco e quindi scoprono di essere vivi e decidono che è meglio giocare a fare la pace. Quindi buttano le loro armi nella spazzatura e cominciano a ballare e ad abbracciarsi. A quel punto el hombrecito entra in crisi e decide di cambiare. Entra in scena un imbianchino a dipingere di bianco i muri di Popayan; el hombrecito prende spunto da questa occasione per ripartire da zero e si fa dipingere di bianco e quindi non riporta più nessuna notizia. A quel punto però, siccome è tutto bianco, non sa più cosa fare. Allora irrompe il carnevale di Fedar sottoforma di cavalli guidati da ragazzi in maschera che cercano di convincere el hombrecito a partecipare alla festa. El hombrecito è un po' indeciso e alla fine si lascia sedurre da un aquilone, si fa guidare dal vento che lo porta al mare e lì comincia a navigare nella sua nuova vita. A quel punto appare un teatrino per burattini, in cui appaiono el hombrecito assieme a una fata che con un colpo di bacchetta magica gli regala un cuore. Alla fine termine con i bambini della scena iniziale che si ritrovano a giocare con el hombrecito, solo che questa volta i giochi sono diversi, perché è adesso el hombrecito à bianco e ha un cuore. L'opera è parecchio complessa, anche per la quantità di effetti scenici utilizzati. Devo dire che martedì e mercoledì sono stati due giorni molto duri perché Manuel ha introdotto moltissimi cambiamenti, tra cui cambi di scene e di ruoli, che per essere assimilati dai ragazzi dovevano essere ripetuti più e più volte. Il giovedì tutto il gruppo di teatro si è fermato a dormire alla scuola-fattoria di Fedar per poter provare tutto il giorno. Al mattino del venerdì abbiamo fatto la prima prova generale. Abbiamo approfittato della visita del consiglio municipale di Totoró a Fedar per presentargli la opera. La rappresentazione è andata bene: a quel punto eravamo consci delle nostre capacità. L'unico punto interrogativo rimaneva l'eventuale adattamento da intraprendere nel caso in cui la sala fosse tanto diversa da come ce l'avevano descritta.
La mattina del sabato alle sei siamo partiti alla volta di Bogotá. Il combo di 18 persone era formato da 12 attori e da 6 tecnici. Gli attori, in ordine alfabetico erano: Alex, Andres, Angelica, Cesar, Claudia Villota, Fredy, Juan David, Ledis, Nadia, Rodrigo, Tatiana, Zuleyma. I tecnici, sempre in ordine alfabetico erano: Andrea (cioè io, aiutante di camerino), Leidy (aiutante di camerino e comparsa), Liliana (Musiche), Margarita (aiutante di camerino), Mario (aiutante di camerino e comparsa), Ricardo (videoproiettore). Con questo allegro gruppo ci siamo imbarcati in un viaggio che in quattordici ore ci ha condotti a Bogotà con una serie di su e giù di tutto rispetto. Da Popayan (1.737 metri) siamo scesi a Cali (995 metri), per poi risalire ad Armenia (1.480 m), dove abbiamo preso la strada per passare la Linea (3287 m!), scendendo poi a Ibagué (1.825 m) e Espinal (323 m!!!), per poi salire nuovamente alla nostra meta finale Bogotà (2600 metri circa). Alle 21.00 circa siamo arrivati al nostro Hotel, il Dann Carlton, 5 stelle. Potrete immaginare l'emozione dei ragazzi, molti dei quali non avevano mai viaggiato fuori Popayan. L'Hotel e il viaggio erano completamente spesati dalla Procuradoria. Nello stesso hotel si svolgeva tutto il congresso al quale eravamo stati invitati. Dopo una cena spaziale, non contento delle fatiche del viaggio, mi sono fiondato alla Candelaria, il quartiere centrale di Bogotá. Lì presso il mitico locale "El goce pagano", mi attendevano un po' di profe del Pequeño Trabajador per una rumba tra amici. Naturalmente c'erano Ivonne, Cristiano, Angie, Cristina, Henry e compagnia cantante. Ch'avevo proprio una gran voglia di ballare, e praticamente non mi sono mai fermato.
La domenica mattina tutto il gruppo di teatro è andato a passeggio per le vie di Bogotá. Il clima, dopo un'inizio piuttosto freddino, si è mantenuto più che piacevole e così abbiamo spaziato in lungo e in largo per tre ore. Al ritorno abbiamo cominciato le prove accompagnati dalla gradita presenza di Ivonne,
Cristiano e Maria Carmen, la boliviana di Ashoka che in questi giorni si trova a Bogotá. La prima cosa che abbiamo fatto è stata quella di recarci al salone dove si sarebbe dovuta svolgere la rappresentazione. E, purtroppo, non era nemmeno lontanamente adatto a una opera teatrale. Abbiamo impiegato circa due ore per ubicarci e cominciare le prove. Le quali, neanche a dirlo, sono andate piuttosto male. Oltre alle difficoltà tecniche che ci poneva la sala, si aggiungeva una certa faciloneria dei ragazzi. Nonostante ciò gli amici spettatori hanno detto che erano rimasti stupefatti dall'opera.
Il lunedí mattina ci siamo recati all'inaugurazione dell'evento e poi ci siamo ritirati in una saletta a provare. Il pomeriggio la maggior parte delle persone ha riposato mentre io e Mario siamo andati a far compere per aggiustare l'attrezzatura della rappresentazione al luogo che ci era toccato. Dopocena è cominciato il lavoro duro. Abbiamo dovuto preparare tutto lo scenario per il giorno dopo e in più abbiamo fatto l'ultima prova completa. In questa ultima prova si testavano le luci, cosa che ci ha costretti, all'ultimo momento, a cambiare alcune posizioni degli attori perché potessero essere posti in risalto. L'ultima prova ci aveva comunque soddisfatti anche se il tutto era terminato all'una di notte. Eravamo tutti molto stanchi e ci rimaneva poco tempo per dormire. Io ero in camera con Rodrigo e Andres. Quella notte, forse per la tensione, il buon Andres ha ininterrotamente parlato nel sonno. Io non sapevo più che santi chiamare e Rodrigo era disperato.
Il martedì dopo tre ore di sonno ci siamo svegliati alle 5.30. Alle 6.30 ci siamo presentati nel salone dove doveva tenersi la rappresentazione per vestire e truccare gli attori e sistemare gli ultimi dettagli tecnici. La
tensione era alta ma Ricardo è riuscito a trasformarla in energia positiva con uno dei suoi discorsi memorabili. Devo dire che io non ho praticamente visto nulla dell'opera sia perché il nostro camerino stava in una posizione pessima sia perché ero troppo concentrato sulle entrate in scena degli attori. Però si percepiva nettamente che la rappresentazione stava andando molto molto bene. Tre attori su tutti, basandosi su alcune improvvisazioni, hanno dato un tocco particolare al tutto. L'opera è scivolata via che è stato un piacere. Alla fine il pubblico ha applaudito fortissimo. Io fino a quel momento non avevo ancora visto direttamente il pubblico, per la posizione del camerino. Quando mi sono girato verso la platea e mi sono reso conto che era stracolma di gente e che tutti stavano applaudendo in piedi, non ho potuto non fare a meno di piangere. Ero vermante commosso per gli sforzi fatti da noi e dagli attori in questa settimana intensissima. Ero commosso perché la gente stava applaudendo per lo spessore della rappresentazione e non per la compassione verso attori diversamente abili. Alla fine ci siamo abbracciati tutti di fronte alla gente, tutti in lacrime per la consapevoleza di avere fatto una grande cosa. Dopodiché è cominciato un dibattito sull'opera e devo dire che le reazioni provocate da"El hombrecito de papel" sono state a dir poco incredibili. Tra tutte ne menziono due. Uno dei capi indigeni presenti all'evento faceva parte di una etnia che considera le
persone diversamente abili come delle "persone che non servono a niente". Lui dice che nella sua etnia non ci sono persone diversamente abili perché vengono fatte morire da giovani. Ebbene, questa rappresentazione, in una sola ora, gli aveva stravolto tutto quello che era il suo millenario bagaglio culturale, e si era pubblicamente impegnato a cambiare questa impostazione della sua etnia. Il secondo commento incredibile è venuto da un generale dell'esercito. Questo ufficiale ha cominciato dicendo che la sua uniforme e l'inflessibilità del suo atteggiamento gli permettono di poter comandare centinaia di persone e che se mostrasse il benché mimimo tentennamento per la sua posizione sarebbe la fine. Ebbene circa a metà dell'opera, in corrispodenza delle scene di guerra e di violenza sui civili, ha cominciato a sentire un nodo alla gola e ad avere difficoltà a respirare e si guardava attorno perché aveva paura che gli altri stessero notando il suo stato. Nella scena in cui i ragazzi fanno la pace non ce la più fatta e a cominciato a piangere, un pianto praticamente ininterrotto fino alla fine della rappresentazione. Non vi dico l'emozione che abbiamo provato a sentire queste testimonianze. Alla fine di tutto ci siamo riposati un po', abbiamo messo a posto il materiale e siamo andati a pranzo. Nel pomeriggio siamo andati a visitare la scuola del Pequeño Trabajador, procedendo in questa amicizia tra le due fondazioni, nata poche settimane fa. È stata una visita breve ma molto intensa. La cosa molto bella è che i bambini ci hanno accolti in una maniera incredibile. Dopo l'incontro, Ivonne mi ha raccontato che i professori del Pequeño Trabajador, avevano un po' di paura prima dell'incontro perché i loro ragazzi non
sono per niente facili, vivono in una realtà molto dura e poche volte si concedono all'affetto. Ebbene Ivonne mi ha detto che è rimasta senza parole per la tenerezza con la quale hanno accolto i ragazzi di Fedar. Molto di più perché ci hanno fatto un sacco di regali: mai prima d'ora era capitato che loro facessero dei regali a persone appena conosciute. Quindi, un altro piccolo miracolo dei nostri eroi. Alla fine della scuola ci hanno portati a vistare piazza Bolivar e la Candelaria. Alla fine siamo tornati all'hotel che erano quasi le 10. Solo in nove avevamo più fame che sonno e ci siamo precipitati in sala da pranzo per vedere cosa rimaneva. Siamo riusciti a mangiare qualcosa, ma soprattutto a farci un mare di risate. Dalla visita al Pequeño Trabajador in poi Ricardo, purtoppo, non era stato più dei nostri perché era stato convocato dal Procuratore Generale per programmare alcune repliche della rappresentazione per la procuradoria e per l'esercito. Mi sembra che più di così, onestamente, sia difficile.
Il mercoledì è stato il giorno del triste addio da Bogotà. Alle 8 e mezza di mattina siamo partiti e siamo arrivati distrutti alle 10 e mezza di sera, ripercorrendo tutto il tragitto fatto all'andata. Davanti alla sede di Fedar c'erano lì ad attenderci i genitori dei ragazzi, che, festanti, ci hanno sommersi di cori, coriandoli e stelle filanti. Alla fine baci abbracci e tutti a nanna.
Tuttavia, mentre a tutti gli altri è stata concessa una giornata di riposo, io e Ricardo ci siamo svegliati alle 6.00 di mattina per l'ennesimo viaggio a Patia, dove nemmeno questa volta siamo venuti a capo dei sette leader, ma per lo meno abbiamo fatto un buon passo avanti. Nel viaggio ci ha accompagnati anche Raúl che mi ha proposto per la prossima settimana un viaggetto in quel di Bucaramanga, per un incontro di campesinos che terranno i giovani di Tierra Viva. Ricardo mi ha concesso il permesso di andare e quindi Raúl sta verificando la possibilità di aggiungermi al combo per fare un altro bel giretto.
Per intanto domani è festivo e quindi mi sparo una tre giorni in quel di Tierradentro, uno dei siti archeologici più importanti della'America Latina. E quindi, cari miei, anche per questa volta vi saluto nel pieno della mia felicità.